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TAGLIO DEI PARLAMENTARI E COSTI DELLA POLITICA – IL BILANCIO

Il Referendum Costituzionale del 2020

Il referendum costituzionale del 2020 relativo alla riduzione del numero dei parlamentari è stato indetto per approvare la legge di revisione costituzionale dal titolo “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione”  ed è stato il quarto referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana.

Tale referendum, che non richiedeva il raggiungimento di un quorum per avere efficacia, si strutturava in sostanza in 4 articoli, due dei quali (l’art. 1 e l’art. 2) prevedevano la modifica dell’articolo 56  e 57 della Costituzione riducendo il numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Tale modifica quindi avrebbe portato la compagine parlamentare da 945 rappresentati a 600, cosa che poi di fatto è accaduta, con la vittoria a larga maggioranza dei alla votazione popolare del 20 e 21 settembre 2020.

Così, a seguito della larga approvazione del quesito referendario, il 19 ottobre 2020 il Presidente della Repubblica ha promulgato la legge costituzionale n. 1/2020, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 261 del 21 ottobre ed entrata in vigore il 5 novembre 2020. Di fatto poi la riduzione del numero dei parlamentari è divenuta effettiva nel 2022, a seguito dell’elezione (25 settembre) e insediamento (13 ottobre) della XIX legislatura, ovvero del Governo Meloni.

La riduzione dei costi come appello per il sì

All’epoca del referendum, un argomento sul quale i favorevoli al taglio del numero di parlamentari hanno puntato molto, faceva leva sul fatto che con un Parlamento più ridotto si sarebbero risparmiati molti soldi. All’epoca le stime erano parecchio ottimiste (si parlava addirittura di 500 milioni di euro risparmiati in una legislatura) ma di recente è arrivata la conferma che, nonostante la riduzione dei membri delle camere, le spese non si ridurranno particolarmente, come dimostrano i bilanci pubblici della Camera e del Senato. L’aumento dei costi dell’elettricità e del gas e quelli delle pensioni degli ex parlamentari sono tra le cause dei mancati risparmi.

I bilanci della Camera e del Senato

Ogni anno, l’Ufficio di Presidenza della Camera e il Consiglio di Presidenza del Senato approvano un bilancio che indica l’ammontare dei fondi a disposizione delle due istituzioni e i piani su come verranno spesi negli anni successivi. Alla Camera, il progetto di bilancio per il triennio 2022-2024 indica una dotazione complessiva di 943,2 milioni di euro all’anno, importo uguale a quello stanziato tutti gli anni a partire dal 2013. Oltre alle entrate generali di cui potrà beneficiare la Camera, dal bilancio risulta anche che le entrate per i gruppi parlamentari rimarranno uguali: 30,9 milioni di euro all’anno.

Lo stesso si ripete in Senato, dove il bilancio approvato il 2 agosto 2022 prevede entrate per 505,3 milioni di euro all’anno tra il 2022 e il 2024, la stessa cifra stanziata nel 2021. Ai gruppi parlamentari andranno complessivamente 22,1 milioni di euro, importo uguale a quello dell’anno scorso.

I costi del Parlamento non sono diminuiti, perché?

Secondo alcuni, nonostante la riduzione nel numero di parlamentari il personale dipendente che si occupa dei vari processi legislativi non diminuisce in maniera proporzionale al taglio che quindi di fatto non si è tradotto in un risparmio effettivo nei costi della politica.

Secondo altri invece questa mancata diminuzione dei costi è dovuta a «una serie di spese aggiuntive», come «l’incremento del prezzo delle materie prime, dell’energia elettrica e del gas, che sta dilaniando il Paese e non esime la Camera», ma anche «contributi e pensioni dei parlamentari da pagare in più, perché molti stanno andando in pensione»

Tra Camera e Senato le indennità ai parlamentari, dopo il taglio di oltre un terzo degli eletti, sono diminuite di circa 61 milioni di euro l’anno, oltre 300 milioni di euro a legislatura. Tuttavia, nei bilanci di entrambe le aule sono presenti delle spese aggiuntive e non collegate direttamente ai parlamentari che, almeno per i prossimi anni, hanno annullato gli effetti di questo risparmio.

In conclusione, la nuova legge 1/2020 non ha portato benefici né alla democrazia, né al bilancio del Governo e ha aumentato la distanza tra i cittadini e le rappresentanze politiche, cosa che non favorisce un territorio di montagna come il nostro. La Costituzione si scrive nella speranza che duri a lungo e va modificata secondo una visone più ampia delle necessità del Paese, purtroppo nel caso del referendum del 2020 non è stato così.

 

 

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