Una nuova prospettiva: ripartire dai territori per riscoprire la coscienza dei luoghi
Appare quanto mai necessario ripensare il nostro modo di essere società e di conseguenza il nostro modello di sviluppo. Siamo chiamati come genere umano a ridefinire le priorità dei nostri bisogni, ciò non vuol dire rinunciare allo sviluppo, ma pensarlo in modo diverso. Personalmente, sono tra coloro che si schierano a favore dello sviluppo, ritenendo quella di crescere la nostra dinamica più essenziale. Per dirla con San Bernardo, Nolle proficere, deficere est. In particolare, diventa prioritario recuperare la dimensione spirituale dell’uomo, oggi subordinata a quella fisica. L’uomo, infatti, non può rinunciare alla propria dimensione spirituale senza rinunciare a vivere . Per tornare all’economia reale, dobbiamo ridare forza e dignità all’artigianato, ritrovare il senso del mondo agricolo. Dobbiamo far riavvicinare i giovani a questi mondi, ridare priorità al ruolo della famiglia, primo fondamento della società. Ci troviamo di fronte alla sfida di definanziarizzare l’economia finanziaria per tornare all’economia reale.
Credo nella necessità di ristabilire il primato assoluto dell’uomo, di ogni uomo e della sua piena dignità. Il Codice di Camaldoli all’Art. 1 ben sottolinea che: l’uomo è per sua natura un essere socievole: sussiste cioè fra gli uomini una naturale solidarietà, fratellanza e complementarietà per cui le esigenze delle singole personalità non possono essere pienamente soddisfatte che nella società. Continua ancora Il Codice all’Art.1: tutte le forme dell’attività umana, quella economica come quella scientifica, come tutte le altre, sono regolate da leggi proprie intrinseche a ciascuna: ma ognuna di esse è ordinata alla vita spirituale dell’uomo e al suo fine ultimo; perciò tutte rientrano nell’ordine morale e sono soggette alle sue leggi.
Appare quindi che, l’unica superiorità che è tra gli uomini singoli è la superiorità nel bene e nella virtù e le differenze nelle qualità personali di cultura, di condizioni sociali, di ricchezza e simili non solo non alterano la fondamentale uguaglianza tra gli uomini, ma sono una ragione di maggiore responsabilità verso gli altri e verso la società, essendo ogni superiorità in questo senso al servizio degli altri e quindi una vera e propria funzione di carattere sociale (Art.3) .
La giustizia sociale è il principio direttivo della vita economica, infatti essa si pone quale concreta espressione del bene comune, come fine primario dello stato e di ogni altra autorità. Le esigenze della giustizia sociale legittimano dunque, in via primaria, l’intervento positivo dell’autorità nella vita economica, sia per promuovere coordinare e limitare nell’interesse del bene comune le attività degli individui e delle comunità locali, regionali e professionali, sia per svolgere una diretta attività economica (Art.71). Il declino al quale stiamo assistendo oggi, prima che politico ed economico è soprattutto morale e di volontà, una mancanza di bussola, un disorientamento diffuso. La crisi economica e finanziaria ha, innegabilmente, radici antropologiche ed è fortemente interconnessa con la crisi ambientale che sta stravolgendo gli equilibri ecologici del pianeta. Le “forze” del finanziar-capitalismo, attraverso i partiti politici, si sono impadronite delle istituzioni.
Questo ha prodotto tagli alla spesa pubblica (compresa quella produttiva), ha stravolto il sistema di welfare state ridotto a fonte di spreco di risorse pubbliche, ha strangolato finanziariamente e quindi anche politicamente le autonomie locali. Non dimentichiamo inoltre che si è compiuto un processo di finanziarizzazione dell’economia reale che ha declassato il ruolo dell’impresa da attore/soggetto dello sviluppo, a quello di oggetto di azioni predatorie destinate al raggiungimento del massimo profitto nel minor tempo possibile, ovviamente a scapito della forza lavoro. L’economia reale ha tempi lunghi che mal si conciliano con quelli a brevissimo termine della finanza.
La finanziarizzazione dell’economia reale, epilogo del capitalismo, non contempla il dibattito sociale, nell’assunzione delle decisioni. Il sistema finanziario, il quale opera in un sistema di apparenti risorse illimitate, produce volumi di transazioni lontani dal valore della ricchezza reale. La finanza, con il suo gioco di specchi, che promette, attraverso mercati “razionali” più ricchezza per tutti, pretende un pesante tributo di fiducia, possibilmente illimitata e incondizionata da parte degli stati. Le priorità tra etica, politica ed economia sono state ridefinite in funzione dell’attribuzione della condizione di sapere morale all’economia e alla finanza. L’uomo, artefice e vittima della cultura materialistica dominante, perde la propria soggettività morale e diviene oggetto, ingranaggio, di una macchina che lo spinge verso la soddisfazione infinita di bisogni apparentemente illimitati. Il prezzo al soddisfacimento di tali bisogni consiste nella rinuncia, da parte dell’uomo, alla propria dimensione spirituale e alla conseguente gerarchizzazione dei bisogni. La politica, ridotta a tecnica di governo volta alla massimizzazione del risultato elettorale, diviene allora mero calcolo matematico. I sondaggi e non una strategia di lungo periodo, alimentata da solide basi valoriali e spirituali, divengono la bussola dell’agire politico. Campagne elettorali costose e quindi necessitanti di cospicui apporti finanziari, rendono la politica schiava del sistema finanziario, pronto a finanziare chiunque desideri acquisire (comprare) maggiori spazi di potere, al “solo” prezzo della fedeltà, incondizionata, al modello culturale materialista della finanziarizzazione di ogni aspetto della vita. Ovviamente una politica siffatta presenta una controindicazione, effetto indiretto di quanto sopra esposto: le istituzioni nazionali si sono allontanate dalla vita delle persone e dai territori.
Merita di essere riletto il paragrafo 42 dell’Enciclica Centesimus Annus. Papa San Giovanni Paolo II, a cento anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII ha scritto: Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa. La soluzione marxista è fallita, ma permangono nel mondo fenomeni di emarginazione e di sfruttamento, specialmente nel Terzo Mondo, nonché fenomeni di alienazione umana, specialmente nei Paesi più avanzati, contro i quali si leva con fermezza la voce della Chiesa. Tante moltitudini vivono tuttora in condizioni di grande miseria materiale e morale. Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un ostacolo nell’affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli. C’è anzi il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all’insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato .
I progressi della tecnica, ci hanno consegnato la prospettiva di uno sviluppo umano illimitato. Tuttavia oggi stiamo sperimentando sempre più il senso della finitezza della nostra condizione umana. Allora appare lecito chiedersi: se il genere umano, sostenuto dalla tecnica, anela allo sviluppo e alla crescita infinita (che presuppone un consumo di risorse infinito), all’interno di un mondo che è finito, quali saranno le Colonne d’Ercole del nostro mondo moderno? Riusciremo, noi mortali ad abbattere le Colonne sulle quali Ercole incise la scritta non plus ultra (non più oltre)?
Chiunque rivesta ruoli di pubblica responsabilità è chiamato oggi a guidare il genere umano verso una profonda mutazione del proprio paradigma di sviluppo globale. Dobbiamo riaffermare la centralità della persona umana, tornando all’economia reale e ai territori, l’alternativa è il baratro. I luoghi sono tessuto connettivo e matrice dei mondi di vita e della produzione. Il ritorno al territorio, spesso invocato nel dibattito politico, rappresenta un antidoto alla crisi finanziaria della globalizzazione economica. Tuttavia, quale definizione di territorio deve prevalere? A una idea di territorio interpretato dalla vulgata economica corrente come semplice spazio geografico, intendo riaffermare (per dirla con Giacomo Becattini) l’ancoraggio profondo dei sistemi produttivi ai saperi, agli ambienti e agli stili di vita locali elaborati dalle comunità viventi nella storia dei luoghi come ricchezza patrimoniale. La globalizzazione culturale, portato di quella economica, ha contribuito ad accelerare, attraverso la sua straordinaria forza omologante e livellatrice, i processi di de-territorializzazione dell’economia e della vita.
Il luogo, è un sistema vivente ad alta complessità, frutto di un processo coevolutivo fra natura e uomo ivi insediato. Gli abitanti del luogo contribuiscono quindi, a sviluppare l’identità del luogo nel quale vivono ed operano e al contempo ne subiscono l’influsso.
Se è vero che l’uomo per sua natura è un essere socievole, per cui le esigenze delle singole personalità non possono essere pienamente soddisfatte che nella società, le Comunità locali viventi sono le uniche in grado di trasformare il patrimonio territoriale montano in un processo di produzione di beni comuni finalizzati all’elevamento del benessere e della felicità delle persone.
Il territorio va quindi inteso come soggetto generatore dello sviluppo, nell’ottica olivettiana della superiorità del “principio territoriale” sul “principio funzionale” .
Nei territori risiedono gli anticorpi alla crisi presente. Tuttavia, dobbiamo prestare molta attenzione affinché si compiano diagnosi corrette: lo sviluppo di ogni paese si regge sulle corrette diagnosi dei suoi punti di forza e di debolezza.